La notte in cui è crollato il Monastero di San Francesco

di Adriano Rescigno

Ventitrè novembre 1980, ore 19.34. La terra trema. Una scossa di magnitudo 6,9 scala Richter, della durata di circa 60 secondi, colpì le province di Avellino, Potenza e Salerno, ma la scossa si sentì molto forte anche a Napoli, Caserta, Molise, Puglia e poi meno intensamente anche nel Lazio e nel resto dell’Italia Meridionale. La cronaca cristallizzò il nome di quell’evento: “Terremoto in Irpinia”. Soltanto a notte inoltrata di quel 23 novembre si cominciò a capire la portata dei danni e dei lutti, uno dopo l’altro si aggiungevano i nomi dei settanta comuni disastrati e dei 200 nuclei urbani duramente danneggiati. In 2735 persero la vita e 8848 furono i feriti. “Eravamo agli albori della Protezione Civile, e per avere un quadro di cosa fosse avvenuto si dovettero attendere giorni e giorni. Emblematico rimase il titolo del Mattino di Napoli del 26 novembre, tre giorni dopo il terremoto, con il grido FATE PRESTO in prima pagina. Quel titolo è diventato addirittura un’opera d’arte” raccontano oggi gli esperti dellIstituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV).

Anche Cava de’ Tirreni, in provincia di Salerno, oggi Comune capofila del progetto “Caesar IIcontrollare, mitigare e gestire l’emergenza sismica, analisi costi – benefici e multi criterio di scenari di impatto per la riduzione del rischio e l’incremento della resilienza”; fu interessata dalla scossa che proprio a Cava, provocò cinque vittime e ingenti danni al patrimonio edilizio.

Oltre il crollo di diversi edifici ad avere la peggio fu il Monastero di San Francesco e Sant’Antonio, proprio all’ingresso sud della città metelliana, che andò totalmente distrutto. Il sisma di quella domenica 23 novembre 1980 provocò il crollo della navata maggiore e in pratica distrusse quasi tutto il corpo dell’edificio sacro e molte parti dell’antico convento. 

I frati, per l’esercizio del culto, allestirono una cappella in un ambiente adiacente al chiostro e solo nel 2009 si ebbe il completamento dei lavori di ricostruzione. 

Il restauro avvenne principalmente grazie alla determinazione della comunità religiosa e in particolare dei frati Agnello, Fedele, Giuseppe, Andrea e del giovane cavese fra Luigi Petrone

La relazione dei lavori di ricostruzione dell’edificio fu elaborata dall’ingegnere Luigi Farano che divenne anche progettista dell’intervento strutturale di ricostruzione. L’opera venne avviata con la redazione del progetto nel 1985 – a San Francesco è ancora presente l’intero progetto dell’ingegnere Farano – e conclusa solo con la definitiva apertura del 2009. Si salvò dalla macerie dovute ai crolli generati dal sisma, solo ciò che era nell’abside e nel presbiterio: i dipinti e alcune statue, che furono recuperate in buono stato, oltre al nuovo grande organo Tamburini, con le sue 3064 canne. 

Fu solo nel 1996 che ebbe inizio l’ultimo lavoro di riedificazione, durato tredici anni; l’opera, realizzata in varie fasi, si è compiuta grazie al sostegno economico dei fedeli. Numerose sono state le iniziative per la raccolta dei fondi; ed esempio la sottoscrizione “Un mattone per San Francesco“. Il 14 febbraio 1998 viene aperta una prima sezione della “chiesa superiore”, con l’abside ed il transetto, che provvisoriamente ospiterà le funzioni religiose. Nel febbraio 1999 si inaugura il campanile; nel frattempo, prosegue il lavoro di creazione delle fondazioni, con i più moderni criteri antisismici. Gli scavi riportano alla luce la cripta, l’antico cimitero dei frati. L’area così ricavata sotto la chiesa viene quindi consacrata, il 7 dicembre 2004, come “Chiesa inferiore della Santissima Concezione”; la cripta custodisce le reliquie di sant’Antonio giunte da Padova. Nel 2009 termina il restauro della sagrestia e si completa la ricostruzione dell’intera chiesa superiore, con il collegamento interno alla cripta ed alla chiesa inferiore.  Il 14 marzo 2009 l’intero complesso è stato aperto ai fedeli, e la chiesa è stata consacrata il giorno seguente dall’Arcivescovo di Amalfi-Cava, Monsignor Orazio Soricelli. Oltre all’ingegnere Farano, che ha seguito dagli inizi tutti gli aspetti strutturali dell’intervento, hanno lavorato al progetto gli architetti Mariano Granata e Angelo Cavaliere. La direzione dei lavori è stata seguita dall’architetto Alberto Barone, coadiuvato dall’architetto Paola Giordano, impegnata anche nella ristrutturazione del complesso monumentale di Santa Maria del Rifugio, anch’esso danneggiato dal sisma. L’impresa di costruzione è stata quella del geometra Antonio Avallone ed al completamento dell’opera va segnalato per devozione, l’opera gratuita dell’elettricista Raffaele Marino. Tutto sotto la supervisione del soprintendente incaricato del sisma salernitano-avellinese, l’ architetto Mario De Cunzo.

Una ferita rimarginata nel cuore dei cittadini di Cava de’ Tirreni, cucita un po’ da tutti, a dimostrazione che insieme alle valutazioni del rischio, in caso di tragedia naturale come quella dell’Irpinia 1980, il fare comunità e stringersi intorno ai propri simboli è fondamentale. Oggi  il monastero in questione è uno dei simboli europei per quanto riguarda la rinascita strutturale